09/02/2016

RIFLESSIONE ALL'INIZIO DEL TEMPO QUARESIMALE

 

All'Udienza Generale di mercoledì 11 febbraio 1970, Papa Paolo VI, in apertura del tempo quaresimale, esorta i fedeli al risveglio della penitenza come strumento e via in preparazione alla gioia della Pasqua.


Oggi, primo giorno di Quaresima, quale rito abbiamo noi compiuto?
Un rito, che trae le sue origini dalla più lontana antichità; il Vecchio Testamento ce lo ha insegnato, le origini cristiane lo hanno praticato, la liturgia, fin dall'alto medioevo, lo ha fatto proprio, lo spirito religioso cristiano del nostro tempo lo ha conservato; è il rito della imposizione delle ceneri sul capo dei membri della comunità ecclesiale, ministri o fedeli che siano. Parla da sé: un linguaggio impressionante e esuberante di significati circa la caducità della nostra vita, come ineluttabile verità, che rovescia la nostra illusoria ed abituale opinione della sua stabilità; circa la coscienza spietatamente realistica, che dobbiamo avere della nostra miseria morale; circa il bisogno di confrontare questa inanità del nostro essere con il mistero di Dio, che in questa visione crudamente obiettiva, ma unilaterale, delle nostre condizioni fragilissime e colpevoli ci appare nella sua terribilità soverchiante ed inesorabile; circa la necessità imperiosa di vincere la disperazione, che sembrerebbe essere la fatale conclusione del nostro disastroso bilancio umano, se uno scampo non ci fosse ancora offerto; uno scampo, che intuiamo ancora vicino e provvidenziale, la penitenza. Una parola, estremamente severa, ma, in fondo, estremamente confortante, una parola di Gesù batte oggi alla porta della nostra coscienza; ed è questa: «Se non farete penitenza, voi perirete tutti».
Quale serie di pensieri inusitati per la nostra generazione, che si qualifica l'età del benessere! [...] Come mai la Chiesa viene ancora a parlarci di penitenza?
Il quadro si fa largo, e la scena interessante. Sarà da meditare. Innanzi tutto per discolpare la Chiesa, anzi Cristo, dall'accusa di rendere triste la nostra esistenza, e di farle mancare ciò di cui ha bisogno, mettendo pure nel bisogno umano ogni sano progresso. La Chiesa non solo non si opporrà al benessere legittimo e moderno, ma lo favorirà. Tuttavia essa tradirebbe la sua missione, ch'è rivolta al vero bene dell'uomo, se lo lasciasse nell'illusione che il benessere basta a renderlo felice; e che la felicità, se pur è raggiungibile, del benessere è sufficiente al destino al quale è rivolta la vita dell'uomo, e che questa non comporta ben altre esigenze che quelle che il benessere culturale ed economico moderno può soddisfare.
[...] La Chiesa non rinuncia a imputare all'uomo che cerca soltanto se stesso la sua fallacia, la sua bassezza, la sua necessità di purificazione e di elevazione. Questo è il primo capitolo della penitenza: il risveglio della coscienza; come si legge nella parabola del figliuol prodigo: in se reversus, ritornato in sé. Poi viene quello delle scelte: l'uomo è un essere assai complicato; non può esplicarsi senza scegliere un piano libero e logico insieme, quello della ragione, della verità. E ciò comporta abnegazione e sforzo; l'abstine et sustine, della saggezza stoica: occorre un dominio di sé, una gerarchia di operazioni, una moderazione di alcuni atti, e una promozione di altri, cioè occorre seguire un disegno, una legge, un modello di uomo vero e completo, che noi sappiamo essere Cristo, il vero Figlio dell'uomo, il Quale nella sua immensa stima per l'uomo, e nel suo immenso amore, ci dirà due cose: che nell'uomo vi è un disordine mortale, il peccato, e che solo Lui, Cristo, vale a ripararlo. E allora la rispondenza dell'uomo, edotto da questa indiscutibile diagnosi, si porrà in un atteggiamento, qualificato da un corrispondente duplice sentimento, di intrinseco dolore e di implorante amore. Tutto questo è la penitenza.
Comprendiamo come essa entri necessariamente nella psicologia, nella coscienza, nella verità dell'uomo; e quanto più egli è in grado di comprendere il dramma che lo riguarda, tanto più apprezzerà questa redentrice sapienza.
Vediamo, figli carissimi, di farla nostra, specialmente in questo tempus acceptabile, in questo periodo propizio, ch'è la Quaresima; e sperimenteremo ch'essa non dà né tristezza, né minorazione di vita; ma ci guida alla speranza e alla gioia della Pasqua di risurrezione.